Aristocrazia

di Pier Giorgio Cozzi           @pgcozzi

 

   Amici lettori, se non vi annoia, per una volta parliamo della comunicazione di certi politici.

Per la precisione, di quegli episodi recenti che hanno suscitato commenti e critiche diffuse: le “uscite” di alcuni rappresentanti dei cittadini ( in particolare una sui giovani che è meglio stiano all’estero piuttosto che qui da noi). 

   Queste esternazioni mi hanno convinto ad andare a rivedermi sul dizionario etimologico online (per formazione ed elezione mi viene naturale farlo) l’etimo di aristocratico, per capire se la mia aspirazione ad essere governato da politici “aristocratici” (oi arístoi) legittimamente eletti, che rappresentino per davvero il “meglio” sul piano morale intellettuale e professionale, una élite vera, una «nobiltà con obblighi» preconizzante «una società ordinata, con regole certe, pratiche meritocratiche, valorizzazione delle diversità, eque diseguaglianze» senza coprirsi con la foglia di fico del politicamente corretto (Nicolò Costa, L’èlite progressista contro il popolo – dicembre 2016) sia razionale oppure campata per aria.

 

    Ecco allora che cosa ci dice il rinomato Vocabolario Etimologico della Lingua Italiana di Ottorino Pianigiani (1906), ripubblicato nella versione cartacea ancora nel 1993: «Aristocrazia: formato da ÀRISTOS ottimo superlativo di ARÌ, che dové significare idoneo, conveniente, ma poi venne solo usato come prefisso dai lirici e dagli epici, per dare ma maggior forza alla parola , e di cui il comparativo è AREÍON migliore, dalla radice AR aggiustare, adattare. La voce ÀRISTOS si adoprò come uno dei superlativi di AGATHÒS buono, ma per la sua origine parrebbe dover significare il più idoneo (v. Arte, cfr. Aretologia, Ario, Eroe). Il secondo elemento della parola è KRÀTOS valido, forte, potente che risponde al sanscrito KRATU colui che compie, possanza […] – Forma di civil reggimento, dove il potere supremo viene esercitato da un certo numero di persone spettabili o per grado o per virtù o per nascita». 

   Scusate la tirata. Ma, come si dice, proprietà di linguaggio = chiarezza di idee. Io penso infatti che chi governa dovrebbe essere un aristocratico nel senso appena descritto nell’ultimo paragrafo della definizione, là dove con la lingua del ’900 si accenna al civil reggimento (politics & public affairs, diremmo noi oggi), alle persone spettabili o per grado o per virtù (per nascita, fortunatamente, almeno qui da noi non usa più). 

   La causa della distopia dichiarata in apertura? Se mi passate la presunzione di possedere una risposta alla domanda, dico che una delle cause – non la sola certamente, ma probabilmente la più importante – è questa: stiamo assistendo a un generale decadimento culturale ‘complessivo’.

Fateci caso; nella nostra società, la cultura* è diventata un aspetto marginale e secondario che interessa tutti i campi della vita: economia, istruzione, politica, internet e via elencando. La comunicazione – quella dei ministri inclusa – in quanto espressione della società contemporanea, purtroppo non si sottrae a questo downgrade. E siccome verba volant…    

 

* Per cultura intendo quella magistralmente commentata da Philippe Daverio nell’Introduzione del suo volume Le stanze dell’armonia (Rizzoli, 2016).  




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