Castigat ridendo mores

di  Pier Giorgio Cozzi

 

    Corregge i costumi ridendo. Le tragedie che recentemente hanno colpito l’Abruzzo causando centinaia di vittime, di feriti, migliaia di sfollati e pesanti danni sono state “comunicate” con modalità differenti a seconda che l’emittente fossero i media tradizionali (stampa e tv), i media on line, blog e social network, e il ricevente i target d’elezione dei predetti strumenti di informazione/comunicazione.

In questo panorama, per due volte il celeberrimo giornale satirico francese Charlie Hebdo ha pubblicato vignette satiriche che hanno suscitato sdegnate proteste in tutt’Italia e persino una querela intentata dal Comune di Amatrice, colpito dal sisma.

Tutti conosciamo il caso e il dibattito virulento sviluppatosi in seguito alla scelta della redazione parigina: numerosissime le accuse di “pessimo gusto” al settimanale, poche le opinioni espresse a difesa della satira intesa “comunque” come ‘diritto di cronaca’, e non ci ritorniamo sopra qui. 

 

   Ci sembra però che la satira, modalità di “comunicazione” su cui non è lecito esercitare qualsivoglia forma di censura, pena la soggezione ad una forma di moralismo che contraddice i canoni della libertà d’informazione, non debba ripararsi dietro l’alibi del «castigat ridendo mores».

Il castigat infatti – ma è tutto da provare – potrebbe essere l’effetto (il feed-back, nella lingua della comunicazione) prodotto dalla satira (il medium) il cui messaggio muove a riso (fa ridere) il target, i ridentes, ovvero i recettori del messaggio, che così cambiano (sono indotti a cambiare) i mores, i costumi.

Una tesi, quella della riforma dei costumi, sostenuta persino dalla Suprema Corte di Cassazione (sentenza n. 9246 del 2006) secondo la quale la satira ha una funzione in quanto indica alla pubblica opinione «aspetti criticabili o esecrabili di persone, al fine di ottenere, mediante il riso suscitato, un esito finale di carattere etico, correttivo cioè verso il bene». 

    Ci sia consentito avanzare qualche dubbio sulla “efficacia ed efficienza” della satira in quanto strumento di etica sociale; se i mores richiedono interventi correttivi, altri sono a nostro sentire le strategie e i metodi da adottare. Siamo persuasi che - per quanto possibile, specie di fronte alla perdita di vite umane - come tutte le azioni del nostro comportamento anche la satira più corrosiva non debba rinunciare al senso del limite, lasciando da parte quell’aspetto di becerume che talvolta le prende la mano.

Solo così possiamo dirci tutti Charlie e tutti Amatrice. Diversamente, il rischio è la conferma che, per dirla ancora coi latini, risus abundat in ore stultorum. Non serve tradurre. 

 




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