Turismo: se la lingua batte…

di Pier Giorgio Cozzi

 

   Nessuna città italiana nella classifica “top 10” delle 100 città più visitate al mondo. Hong Kong, Bangkok e Londra conquistano il podio delle prime destinazioni mondiali per arrivi internazionali.

Nella top ten non ci sono città italiane: la prima è Roma al 13° posto che avanza di un gradino rispetto all'anno precedente. Milano invece è la città italiana, ed anche europea, che registra il maggiore tasso di crescita (+17,9%), seconda solo ad Atene. In classifica anche Venezia e Firenze. A rivelarlo sono i dati di Euromonitor International, global market intelligence publisher di Londra sulle 100 città più visitate al mondo. Statistica, dunque.    Di una casa editrice specializzata. 

   Sul punto, l’agenzia di stampa Travelnostop riporta, virgolettandolo, il commento del nostro sottosegretario al Turismo Dorina Bianchi: «Questi risultati ci danno solo una lettura parziale dell’attrattività e delle potenzialità del nostro Paese. È sicuramente un fatto positivo che Roma si sia piazzata al 13/mo posto, avanzando di un gradino, e che Milano registri il maggiore tasso di crescita, ma questi numeri devono spingerci a recuperare competitività.

 

Per avere un quadro generale dobbiamo guardare all'Organizzazione Mondiale del Turismo, per cui nella graduatoria delle destinazioni turistiche mondiali più frequentate dal turismo straniero l’Italia è al 5° posto per gli arrivi e al 7° posto per gli introiti. Per recuperare competitività nel settore, dobbiamo valorizzare tutto il territorio, dalle grandi città d’arte ai piccoli borghi, ai cammini e alle mete alternative.

Le parole d’ordine sono delocalizzare e diversificare l’offerta e decongestionare le grandi mete turistiche promuovendo quell’Italia meno conosciuta ma non per questo meno bella». Effettivamente, in campo statistico turistico, l’Omt sembrerebbe più appealing. Dunque non deprimiamoci.

   Quel che pare indicare una certa approssimazione del marketing è l’uso del “turistese” da parte delle istituzioni dell’industria turistica nazionale. Mi riferisco, nel caso specifico, alla parola d’ordine lanciata dal sottosegretario: “diversificare e delocalizzare” l’offerta. Diversificare conosco,ma delocalizzare nel turismo chevvordì? sarà mica che come una qualunque industria manifatturiera o call center vogliono spostare all’estero la nostra “Grande Bellezza”, l’industria turistica italiana?

Un rapido giro su internet mi conferma nel dubbio: in italiano “delocalizzare”, secondo il dizionario Hoepli, vuol dire “trasferire impianti o strutture industriali in un luogo diverso da quello d'origine, per convenienza economica”; per il dizionario Garzanti: “trasferire un’attività economica o alcune fasi di essa, specialmente in un luogo in cui i costi di produzione o di gestione sono più bassi”; “spostamento di un impianto industriale da un paese a un altro in cui la manodopera è più a buon mercato, per realizzare economie di impresa” stando al dizionario on line Treccani. Persino per la generalista Wikipedia la “delocalizzazione (in inglese offshoring) in economia rappresenta l'organizzazione della produzione dislocata in regioni o stati diversi”.

   Non è quella, per altro, la sola parola ad essere usata impropriamente nel linguaggio turistico; l’altra è “destagionalizzazione”, in statistica la procedura che si adotta per eliminare la componente stagionale da una serie temporale. E non, come intendono i più quando parlano di turismo, il prolungamento (allungamento, continuazione, proroga, prosecuzione…) della stagione turistica un po’ prima, un po’ dopo, meglio se un po’ prima e un po’ dopo la stagione tipica delle vacanze di massa. 

  L’uso consapevole di termini specialistici è garanzia di chiarezza d’idee. Suppongo che con “delocalizzazione” il sottosegretario al Turismo intenda solamente una strategia mirata ad ampliare la gamma di prodotti della nostra offerta turistica, che vada oltre il circuito delle “solite” quattro Regioni e città d’arte. Che dire? Lo spero. 




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