La classe degli asini

di Pier Giorgio Cozzi

 

    «Ti richiamo fra un pò». «Ne ho ordinato un’altro». «Se lo sapevo, andavo io…».Così, seicento docenti universitari, tra cui nomi celebri dell’aristocrazia intellettuale italiana, preoccupati per il degrado crescente del nostro linguaggio, il 3 febbraio hanno firmato un appello per chiedere al governo e al Parlamento di riorganizzare i programmi del primo ciclo scolastico: troppi gli studenti che arrivano all’università ignorando l’italiano corretto, grammatica sintassi e lessico.

La conseguenza è grave: secondo i firmatari dell’appello questi studenti non sono in grado di comprendere concetti elementari né di formularli per scritto.

Al punto che alcune università, per contrastare questo «semi-analfabetismo» hanno dovuto inserire l’insegnamento dell’abc della lingua italiana nei loro programmi di studio. Se non fosse tragico, sarebbe grottesco. 

   Non ci dilunghiamo qui sulle cause: scelte politiche, ideologie, teorie psicopedagogiche, di questo “sistema formativo”, le cui conseguenze sono sotto gli occhi di tutti, tutti i giorni.

Il problema, piaccia o no, sta proprio nel tipo di sistema di istruzione adottato da troppi anni.

 

 Non si può fare a meno, però, di constatare un aspetto curioso del nobile appello: ci pensi lo Stato, il Ministero riformi i programmi ed è fatta. Domanda? Biasimare gli asini a cominciare dalla scuola dell’obbligo no?

Va bene riorganizzare i programmi, ma la bocciatura dei ciuchi dovrebbe essere il primo obbligo di chi siede in cattedra. Nell’interesse stesso dei somarelli. 

   Veniamo ora alla conseguenza che più ci riguarda da vicino. Siccome nel mondo del lavoro, qualunque tipo di lavoro, informazione e comunicazione sempre più hanno ruolo primario, dimostrare scarsa conoscenza della lingua madre frutta pessima comunicazione, scadente padronanza dei media e dei new media, incapacità di produrre e interpretare informazione trasparente corretta ed efficace.

Non da ultimo, induce un generale livellamento delle competenze. Il degrado di una nazione deriva anche da questi presupposti. 

    Non sono a conoscenza, però, di iniziative “istituzionali” specificamente intraprese da ordini e associazioni di categoria per contrastare questa sciatteria generale nel parlare scrivere e pensare, economicamente svantaggiosa.

Potrebbe essere un esperimento necessario: la formazione tecnica e professionale esige persone “imparate”, non asini.




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