Mega eventi: ma “comunicano”?

di Pier Giorgio Cozzi                  @pgcozzi

  Domanda certamente impopolare, e corollario annesso: davvero possiamo considerare i megaeventi (concertoni, fiere internazionali, “giorno di…”, giubilei, olimpiadi, expo…) strumenti di comunicazione?

Siamo poi proprio sicuri del “ritorno” economico ‘vero’ di questi eventi aggregativi di grande portata che la pubblicistica – allenata a discettare di impresa – insufficientemente tratta (mi ci metto anch’io, in quanto autore di Comunicare con gli eventi, Franco Angeli)?

 
    Effettivamente, se uno la vuol vedere in ottica differente da quella della vulgata popolare e specialistica, interrogativi non mancano: il “carico” dei grandi eventi spettacolo one shot delle star dell’intrattenimento sulla città e i suoi servizi; le fiere internazionali, incalzate in epoca 2.0 da costi crescenti, tecnologia mobile e sharing economy; la “giornata di…” il cui appeal comunicativo è sempre più flebile se non addirittura nullo; le folle oceaniche come quelle, ad esempio, dei giubilei romani, con l’eccesso di antropizzazione del territorio e, sul côté della comunicazione, l’indeterminatezza tra spirito religioso e occasione turistica; le olimpiadi, spettacolo sportivo i cui benefici economici vanno per oltre il 70 per cento (si parla attualmente di miliardi di dollari) al Comitato olimpico internazionale, al contrario dei costi stratosferici che, invece, come quelli per il mantenimento delle strutture ereditate, gravano per intero sul Paese organizzatore; gli expo, il cui “messaggio” non di rado viene percepito in modo difforme da come ideato originariamente (a leggere le cronache dei mesi precedenti e quelle del primo bimestre dell’evento, neppure Expo  Milano 2015 può dirsi esente da questo giudizio).

Cinque cerchi
    È attualità di cronaca la proposta di candidatura di Roma a sede dell’Olimpiade 2024.

Tra i molteplici argomenti positivi sbandierati dai sostenitori italiani del progetto v’è quello del “ritorno” generato dall’afflusso turistico e dalla sua de-stagionalizzazione. Argomento certamente opinabile, peraltro contraddetto dalle statistiche delle due ultime Olimpiadi: Pechino e Londra, che impietosamente dichiarano un numero di visitatori inferiore a quello di coloro che visitarono le due città nel medesimo periodo degli anni precedenti.

    Se per ventura siete interessati all’argomento “evento Olimpiade”, potete leggere l’interessante studio di Andrew Zimbalist, economista statunitense specializzato in economia dello sport (Circus Maximus, The Economic Gamble Behind Hosting The Olympics and the World Cup, Brookings Institution Press) – basato su fonti autorevoli e indipendenti – secondo cui le Olimpiadi quasi mai manterrebbero le promesse “economiche” (costi, posti lavoro, strutture, revenue turistico e televisivo, e via elencando).

    Non è però solo il versante economico che conta. Se le tesi sostenute da Zimbalist sono attribuibili anche agli altri tipi di grandi eventi, probabilmente è venuto il momento che noi comunicatori, marketing men, giornalisti, uomini delle istituzioni, politici eccetera, senza false ipocrisie né limitatezze professionali, in quanto “addetti ai lavori” ci si ponga tutti qualche domanda sui vari ROI, ROE, ROP, ROL, ROO, comunicazione “social” eccetera.

    In una parola: sul ruolo di questi mega-eventi come strumento di comunicazione. Che, detto per inciso, vengono tradotti in pratica “anche” (probabilmente: soprattutto) coi soldi della gente. I nostri soldi.

P.S.: fra la stesura di questo pezzo e il momento di passarlo alla redazione, Luca Cordero di Montezemolo, presidente del Comitato promotore Roma 2024, rispondendo a un articolo di Ernesto Galli della Loggia (Corriere del 30 giugno) sullo stesso argomento, riafferma sul quotidiano milanese (2 luglio – pag. 27) che i Giochi rappresentano un’occasione di crescita per il Paese in generale e soprattutto per il settore turistico. Come si vede, le opinioni, tutte rispettabilissime, spesso sono antitetiche.




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