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Il numero 4 del 2016 della Rivista dm&c, l'ultimo numero dell'anno, è disponibile on line.

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Social learning

di Ugo Perugini

 

Il “social learning” si può pianificare e favorisce l’engagement dei dipendenti.

Oggi il concetto di “social learning” è oggetto di attenzioni particolari e approfondimenti continui sia dal punto di vista pratico-operativo sia da quello puramente teorico.

Sotto quest’ultimo aspetto penso sia importante fornire spunti per consentire a chi lo desideri – al di là del fatto che si occupi di formazione o risorse umane – di farsi un’idea più chiara delle logiche e delle competenze comunicative necessarie per generare questo nuovo tipo di apprendimento.

E' stato realizzato uno schema molto semplice, da Jane Hart, che si occupa di “social learning” e che sul tema ha anche scritto un libro al quale rimando per ulteriori approfondimenti: “Modern Workplace and Learning. A Resourche Book per L & D.”, che permette a colpo d’occhio di cogliere il problema nella sua interezza e nelle sue possibili evoluzioni.

 

Lo schema spiega come stia cambiando il processo di apprendimento nelle aziende, specie quelle più legate all’utilizzo di strumenti digital e social.

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Bocca larga = bravo capo

di Ugo Perugini * *da Capoverso Premettiamo che certi studi ci lasciano alquanto perplessi. Però, soprattutto negli Stati Uniti, le ricerche sulle caratteristiche fisiognomiche delle persone procedono e hanno raggiunto livelli molto sofisticati. Con buona pace del nostro Cesare Lombroso che si era soprattutto occupato di antropologia criminale, attraverso una classificazione basata su anomalie fisiche e psicosomatiche (talora al limite del razzismo) dei delinquenti. Negli Stati Uniti l’oggetto di questo tipo di ricerca è meno drammatico e riguarda soprattutto l’aspetto del viso delle persone che occupano posizioni di rilievo in ambito aziendale, in relazione alle loro capacità di leadership. Ebbene, sembra che sia emerso che una caratteristica prevalente tra questi personaggi che hanno maggiore successo sia proprio la larghezza della bocca. La dimensione della cavità orale sarebbe correlata alla propensione per il combattimento fisico nei primati e potrebbe essere collegato alla capacità di dominio e al conseguimento di un maggiore rango sociale. Il fatto sarebbe confermato da una serie di studi che hanno tenuto in considerazione anche il successo dell’azienda guidata da questi personaggi dalla “bocca larga”, ad esempio il livello di redditività. Tanto è vero che questa caratteristica sembra che venga suggerita anche quando si tratta di selezionare nuovi leader.

Leader tra popolarità e successo

di Ugo Perugini *

* da Capoverso

 

Segnaliamo un libro, scritto da John ‘JV’ Venable, non ancora tradotto in italiano che si intitola “Breaking the Trust Barrier” Come i leader possono colmare le loro lacune e ottenere alte performances.

Venable è un ex-colonnello di una flottiglia aerea degli Stati Uniti. Un uomo tosto che fin da piccolo aveva deciso che avrebbe fatto il pilota. Poi un cancro l’ha fermato. Gli hanno detto che non avrebbe più volato. Poteva essere la fine, ma Venable ha reagito. Ha vinto la battaglia con la malattia ed è tornato a volare con i Thunderbirds Air Force, risolvendo anche i problemi economici che nel frattempo avevano creato difficoltà a questo gruppo.

Secondo Venable, i due più grandi riconoscimenti che può ottenere un leader sono la popolarità e il successo. La maggior parte delle persone, però, è condizionata dalla paura piuttosto che dalla necessità di realizzare questi riconoscimenti.

Le paure più grandi sono legate proprio a questi aspetti e sono il fallimento del proprio progetto e la perdita di popolarità all’interno del team. Quali di queste paure ha più presa su di voi? Chiede Venable. Non è facile stabilirlo ma dipende dallo stile di comando e dall’uso della propria autorità.

Se disegnassimo un grafico che evidenzi le prestazioni della squadra con un leader alle prese con queste due paure (perdita di popolarità e fallimento), si potrebbero evidenziare delle situazioni opposte:

Alla sinistra estrema, c’è la figura di un leader senza credibilità, un prestanome, una pedina che non sa e non vuole utilizzare il proprio potere. Mantiene la propria posizione e i propri privilegi ma non ha alcuna autorità sui propri dipendenti. Fino a certi livelli, la performance può anche non risentirne.

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Possediamo una "mente forte"?

di Ugo Perugini *

* da "Capoverso"

 

LaRae Quy è stata un’agente dell’FBI e ha lavorato nel controspionaggio, è autrice di diversi libri e di un famoso test per valutare se possediamo una mente “forte” .

Numerosi film e telefilm ci hanno mostrato le imprese di questi agenti. Conosciamo la loro preparazione e professionalità. In realtà, anche le persone che compongono questo corpo specializzato di polizia sono esseri umani e hanno paura di sbagliare anche perché un errore può costare loro la vita.

LaRae Quy si aggiunge alla schiera di coloro che dall’alto della loro esperienza vogliono fornire alcuni suggerimenti su come avere fiducia in se stessi. Per LaRae Quy la fiducia è un elemento fondamentale per una carriera di successo ed è caratterizzata da un insieme di competenze e conoscenze apprese nel tempo.

La sicurezza sul posto di lavoro la si costruisce pian piano, con pazienza e significa possedere la determinazione necessaria per superare i momenti di incertezza e la presenza di spirito per imparare dai propri e altrui errori.

Secondo l’ex agente Quy sono cinque le strategie per accrescere la fiducia in se stessi. Vediamole:

1. Essere pronti a correre dei rischi

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Fiducia in se stessi

di Ugo Perugini *

* da "Capoverso"

 

FBILaRae Quy è stata un’agente dell’FBI e ha lavorato nel controspionaggio. E’ autrice di diversi libri e di un famoso test per valutare se possediamo una mente “forte”. Scoprirete che cos’è l’”hot wash” per gli agenti FBI e le cinque regole per avere fiducia in se stessi (e non perderla mai).

Numerosi film e telefilm ci hanno mostrato le imprese di questi agenti. Conosciamo la loro preparazione e professionalità.     In realtà, anche le persone che compongono questo corpo specializzato di polizia sono esseri umani e hanno paura di sbagliare anche perché un errore può costare loro la vita.

Rae Quy si aggiunge alla schiera di coloro che dall’alto della loro esperienza vogliono fornire alcuni suggerimenti su come avere fiducia in se stessi. Per LaRae Quy la fiducia è un elemento fondamentale per una carriera di successo ed è caratterizzata da un insieme di competenze e conoscenze apprese nel tempo.

La sicurezza sul posto di lavoro la si costruisce pian piano, con pazienza e significa possedere la determinazione necessaria per superare i momenti di incertezza e la presenza di spirito per imparare dai propri e altrui errori.

Secondo l’ex agente Quy sono cinque le strategie per accrescere la fiducia in se stessi. Vediamole:

1. Essere pronti a correre dei rischi

La maggior parte delle persone non è in grado di sapere quello che è capace di fare finché non affronta la realtà e può mettersi in discussione. Il fatto è che a molti questo dà fastidio perché teme di fallire. Ma il fallimento è molto importante perché è il sistema (doloroso quanto si vuole) che ci permette di imparare perché le cose sono andate male e vedere cosa è possibile fare la prossima volta perché ciò non accada più. E’ da stupidi pensare di non sbagliare mai, o forse da narcisisti. L’umiltà e la consapevolezza di sé consentono di riconoscere i rischi che si assumono, gli errori che si commettono.

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Meno stress per chi comanda

di Ugo Perugini *

* da "Capoverso"

 

Il leader è più stressato del dipendente? Neanche per idea.

Citiamo un articolo recuperato dal sito Mario Negri che cerca di fare chiarezza sul rapporto tra leadership e stress.

Secondo una ricerca recente del “Center for Creative Leadership” su persone tra i 40 e i 50 anni che rivestono posizioni di comando e di responsabilità, il livello di stress da lavoro è decisamente molto elevato, soprattutto perché si chiede di fare sempre di più con meno e farlo più in fretta.

Ma la ricerca si basa su interviste, quindi su percezioni soggettive.

La scienza cosa ci dice in realtà?  “Ad affrontare il problema dei rapporti fra posizioni di responsabilità e ansia con i criteri della scienza ci ha provato Gary Sherman con altri colleghi di Boston e Stanford (il lavoro è stato appena pubblicato su «Proceedings of the National Academy of Sciences» negli Stati Uniti), primo problema era come trovare dei leader veri, convincerli a prendere parte alla ricerca, e poi confrontarli con persone normali, quelli che leader non sono e che non saranno mai, per intenderci (…). 

E cosa hanno misurato i ricercatori? Due parametri fondamentalmente: il collisolo nella saliva, che è tanto più alto quanto più aumenta lo stress, e lo stato di ansia. È emerso che i livelli dell’ormone dello stress sono più bassi in chi comanda che nella gente normale e anche i parametri che rilevano i livelli di ansia (questionari che forniscono indicazioni piuttosto affidabili) vanno nella stessa direzione.

Insomma avere una posizione di grande o grandissima responsabilità non solo non induce ansia, ma la tiene sotto controllo. Fin qui i fatti.

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Ego, il nemico da combattere

di Ugo Perugini*

*da  "Capoverso"

 

Si può avere successo senza dare eccessivo spazio al nostro ego? Uno scrittore americano, Ryan Holiday, ne è convinto e ha realizzato un saggio che ruota attorno a questa idea.

Il titolo, già di per sé, è significativo. “Ego is the enemy”, che potremmo tradurre con “Ego, il nemico da combattere”. In realtà non esiste ancora una traduzione di questo testo nella nostra lingua. Qui di seguito vi sottoponiamo in anteprima alcune sue riflessioni sul tema che ci sembrano particolarmente interessanti.

I libri di storia sono pieni di storie di personaggi visionari che hanno cercato di interpretare o trasformare il mondo a loro immagine e somiglianza. Ma spesso ci si dimentica che la storia dell’umanità è stata cambiata anche da persone che hanno combattuto per tutta la loro vita il proprio ego, che hanno evitato di mettersi in mostra e hanno lottato per far trionfare i loro obiettivi al di sopra di qualsiasi riconoscimento personale.

Generalmente, le persone sono convinte che il principale ostacolo ad una vita piena di soddisfazioni e di successo sia il mondo esterno, gli altri, le istituzioni, la burocrazia, e via elencando.

In realtà, secondo il nostro Autore, il principale nemico è invece dentro di noi: il nostro ego. Da giovani, ci impedisce di avere l’umiltà necessaria per studiare, impegnarsi a coltivare i nostri autentici talenti, convincendoci, grazie alla sua arroganza, che ce la faremo in ogni caso.

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Lavorare insieme, come nel calcio che vince

di Ugo Perugini*

* da "Capoverso"

 

Passato qualche giorno dalla fine del Campionato europeo di calcio, anche i neofiti capiscono che le nazionali che giocano bene e ottengono risultati positivi sono quelle che, anche se prive di campioni, sanno fare squadra, sono unite e hanno forti motivazioni.

Insomma, si capisce che in ogni gioco (come nella vita) non si può fare a meno delle motivazioni e che i risultati migliori si ottengono lavorando insieme.

In un mondo sempre più orientato all’individualismo, si è capito che quando il risultato deve essere raggiunto da un gruppo, questo deve elaborare una strategia in grado di favorire la collaborazione più armonica possibile di tutti gli elementi che ne fanno parte. Chi ragiona da solista o da egoista in una squadra ha molte meno possibilità di riuscita, si affida al caso, all’estro del momento ma alla lunga i risultati non arrivano.

Altra considerazione. La differenza tra tecnica e tattica. La tecnica è legata ai singoli, all’abilità, alla professionalità di ognuno. Deve esserci. Ma è data per scontata, essendo solamente uno strumento. Quello che conta è la tattica che permette di mettere in evidenza i pregi dei componenti del team e nascondere i loro difetti, e, contemporaneamente, sottolineare i difetti dell’avversario e neutralizzare i suoi pregi.

Quindi, la tattica è il valore aggiunto del giocare in una squadra perché anche se un giocatore è bravissimo ha comunque sempre dei limiti (nessuno è perfetto), e tramite il gioco collettivo si riesce a far emergere il meglio di ognuno, sopperendo ai suoi difetti con le doti di un altro. Un gioco di squadra che non punti a questa strategia applica una metodologia sbagliata.

Come legare un giocatore alla squadra?

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Sport: discipline minori

di Maurizio Quarta

 

Siamo in un periodo in cui lo sport la fa da padrone: campionati di calcio, olimpiadi ...

In Italia sono tante le discipline sportive cosiddette “minori”, se non addirittura “povere”: non hanno alle spalle ricche federazioni, i media se ne ricordano solo in occasione di prestigiose vittorie internazionali (quasi esclusivamente olimpiche), si reggono sull’entusiasmo e sulla passione dei praticanti e su tanto volontariato.

Il twirling, poi, sembra essere ancora più minore: non è ancora disciplina olimpica e si porta dietro un atavico problema di identità e di farsi capire e raccontare come sport. Se infatti parliamo di lotta libera o greco romana, più o meno tutti le identificano. Chi pratica il twirling invece deve ancora riferirsi ad altre identità sportive: in diverse occasioni l’ho sentito descrivere come “ginnastica ritmica col bastone” piuttosto che “majorette in versione sportiva”. C’è del vero in entrambe le cose, sia dal punto di vista tecnico che storico: per farla breve, diciamo che il twirling è  un insieme di ginnastica, danza, musica.

Alcune occasioni ufficiali hanno confermato il potenziale di questo sport: palazzetto dello sport gremito in ogni ordine di posti, un grande entusiasmo  e soprattutto una grande “freschezza”. A guardare i dettagli, c’era ben poco di minore, a partire dai costumi degli atleti, alle coreografie e ai contenuti tecnici. Unico neo, che riprenderemo più avanti: minima la componente di atleti maschi.

Il twirling è tendenzialmente sport di giovanissimi, soprattutto di giovanissime: in questo contesto, dove lo sport assume anche un importante ruolo formativo del carattere e della personalità, canalizzare entusiasmo e passione nei giusti modi è quasi una priorità, facendo giustamente assumere grande rilevanza all’aspetto etico e comportamentale.

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