Farsi il fondo

di Ugo Canonici

 

Ho ricevuto una garbata lettera da un lettore che mi chiede un consiglio.

“Io - diceva in sostanza - per la mia azienda oltre ad altri compiti svolgo quello di organizzatore degli eventi aziendali. Ma gli eventi sono pochi, non tali da riempirmi un anno di lavoro. E così a queste cose che mi piacciono tanto mi posso dedicare solo sporadicamente. Cosa posso fare per incrementare tale attività ?”.

Il suggerimento di spingere l’azienda a fare più eventi è naufragato subito per manifesta improponibilità. E allora ? Allora gli ho risposto che credo che l’unica soluzione sia quella di passare dall’altra parte della barricata, in una agenzia che organizza eventi.

Ma qui i miei consigli sono diventati più prudenti. Perché in effetti ancora oggi mi sembra che ci sia una grande confusione nel settore.

E l’ho constatato anche quando ho cercato di definire l’attività e le caratteristiche di questo soggetto.

Tutti si dicono organizzatori di eventi. Che si chiamino P.R., tour operator, agenzie di pubblicità, cugini del Presidente o amanti dell’amministratore delegato, o uno che passava di lì.

 Per cui è importante scegliere bene chi ha capito cosa vuol dire organizzare un evento e come non si tratti di una scampagnata ma di un momento di comunicazione con le sue regole e le sue difficoltà.

Perché, sembra strano, ma ancora oggi si naviga con queste ambiguità, e, quel che è peggio, che anche i clienti non hanno ben chiaro perché organizzano un evento e quale è il risultato che vogliono ottenere.

Il mio amico lettore mi diceva anche che gli sarebbe piaciuto mettere su una agenzia per conto suo.

Bene, ben vengano gli impulsi imprenditoriali. Secondo me c’è spazio per tutti. Quello degli eventi aziendali è un mondo che sta crescendo e che ha ancora ampie zone di movimento (naturalmente dopo ave r superato questo lungo momento di crisi). 

Per cui, invitandolo a fare una scelta di grande professionalità, gli ho risposto incoraggiandolo verso questa soluzione. Mentre all’ultima domanda mi sono sentito spiazzato : “quanto tempo ci vuole, cominciando da zero, per decollare ?”.

Qualche anno fa mi avevano detto che ci volevano almeno tre anni per riuscire ad entrare in modo dignitoso nel mercato. Io credo di poter testimoniare che fare delle previsioni è quanto di più azzardato esista. Infatti bisogna tenere presenti tante e tali variabili che forse neanche con l’aiuto di un supercomputer si potrebbe arrivare ad una previsione se non certa almeno accettabile.

Bisogna tenere presenti situazioni congiunturali (dieci anni fa il cambio di congiuntura è stato repentino e drastico e non ha certo facilitato il decollo di attività nuove), fatti imprevisti (vogliamo ricordare l’11 settembre?), rallentamento dell’economia (l’evento aziendale non è mai ai primi posti delle necessità di spesa di qualsiasi attività imprenditoriale), e così non è difficile dire che  il periodo può essere più lungo.

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Capricci

 

di Ugo Canonici

 

Prima sapevo che esistevano quelli dei bambini. Poi ho scoperto che ci sono quelli delle dive. Adesso attirano la mia attenzione i capricci dei Manager.

Mi riferisco, unificando tutti nella figura del Manager, alle richieste dei vari personaggi nell’ambito del cliente, nei riguardi di chi è stato incaricato di organizzare un evento.

Bene, sappiamo tutti che nel campo della comunicazione valgono sì le regole ma vale anche molto il gusto e l’interpretazione personale. E sappiamo tutti che ogni persona che viene coinvolta deve dire la sua. A volte “la sua” è un buon suggerimento e allora si dice grazie e lo si accoglie di buon grado. A volte invece si tratta di cose –fatemelo dire con un eufemismo – non perfettamente corrette. 

Vogliamo fare qualche esempio ? L’agenzia prepara una lettera di marketing diretto ( e chi l’ha fatto sa quanto sia difficile scrivere una buona lettera di marketing diretto! ) la sottopone al cliente e lui impugna con ardore la matita rossa e blu e si scatena in una serie di interventi che fanno solo sanguinare l’esperto. Ma lui, il cliente, ha fatto il liceo classico e in italiano aveva sette, per cui si sente ampiamente autorizzato a “migliorare” un testo che gli appariva così così. E guai a fargli notare che una lettera di marketing ha delle esigenze ben diverse da un tema scolastico. Se ha detto che si deve cambiare, si deve cambiare. Se no… si butta per terra e si sporca tutto. Capricci.

Parliamo di pubblicità?  Quante campagne intelligenti e costruite sono state immolate sull’altare del parere della moglie o dell’amica ! “Io sposterei un po’ la ragazza da quella parte, e poi, dai, con una tenuta del genere… La frase poi potrebbe essere ….. “ e via di consigli. E l’agenzia deve ascoltare, prendere atto, abdicare al suo ruolo di consulente e abbozzare, cercando di salvare il salvabile. Perché non c’è verso di discutere. L’amato bene ha detto e così sia fatto. Capricci.

E veniamo anche un po’ agli eventi: convention, congressi, meeting di vario tipo.

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Il cappotto

di Ugo Canonici

 

E' chiaro che a tutti interessa e piace avere un evento "wow". Ma. si sa, il bello ha un suo prezzo. E allora spesso l'evento wow, almeno in sede di discussione e di preventivo, piace un po' meno.

Ma tant'è! Vi racconto una piccola storia di vita vissuta.

Eravamo arrivati alla fine della trattativa esausti. Dovevamo concordare, col mio fornitore, il costo di una convention molto grande, molto importante, molto di immagine. Per un cliente molto esigente. Con un budget molto piccolo.

Davanti a me avevo uno scozzese. Io sono genovese. Era stato un grande match !

Avevamo discusso voce per voce, limato di qui e di là, deciso come ottimizzare, senza ovviamente perdere in qualità. Ma alcuni sacrifici si erano imposti.

Comunque avevamo trovato il punto di equilibrio.

Dopo un grande sforzo, come si sa, interviene il momento di rilassamento. Quando si ammorbidiscono le barriere e si ricomincia a parlare più serenamente.

Ed è a quel punto che, avendo definito i vari prezzi, ha cominciato a dire “si, però a quella cosa potremmo aggiungere…. Con l’altra potremmo mettere in più….”.

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Elogio della follia

di Ugo Canonici

 

“Elogio della follia”  (Erasmo da Rotterdam)

 

“Ovunque il guardo io giro” vedo una situazione a dir poco agghiacciante. Per cui, pensa che ti ripensa, sto maturando una decisione. Avere il coraggio di cambiare tutto. Ed ecco l’idea geniale: apro un baracchino che vende gelati (all’italiana) su una spiaggia dei Caraibi. L’idea mi sembra buona e originale. Provo a parlarne con un collega-amico. “Come, anche tu?” Perché “anche tu”?

Beh,  insomma sembra che questa idea abbia già illuminato la mente di un esercito di “coraggiosi”.

Ma se lo facciamo tutti, non vale!

E pensare all’Australia? Ampi spazi, poche persone, lavoro per tutti. Pare che i biglietti siano già esauriti. E allora il Brasile, l’argentina, la Cina …

Sembrano già strade abbondantemente investigate da plotoni di colleghi.

D’altra parte, sempre girando lo sguardo, non si può non vedere che qui e adesso ci troviamo a fronteggiare situazioni, già mille volte segnalate, ma che non accennano a cambiare.

Per quanto si facciano grandi dichiarazioni di riconoscimenti al valore comunicativo degli eventi, si arriva sempre a constatare che l’ultima cifra, in fondo a destra, di una proposta è quella che determina la scelta, dopo , forse, una distratta occhiata a tutto quello che precede.

Si hanno momenti di ira mal repressa quando si capisce chiaramente che tra i molti (troppi) concorrenti ad una gara vengono scelti “i soliti” e agli altri neanche la soddisfazione di sentirsi spiegare “perché no”.

Non si riesce a non stupirsi quando ci si rende conto che, tra i fornitori, tutti si dicono capaci di fare tutto e, a stupirsi ancora di più, che i clienti ci credano.

E in questa situazione si scatena una tragica “guerra dei poveri”. E tutti sappiamo che le guerre sono sempre cose “non buone”. Ma almeno quando si combatte per un ideale (giusto o sbagliato che sia) c’è una spinta che può anche rispettare qualche regola di correttezza. Nelle guerre dei poveri, no.

Si combatte per sopravvivere, per sconfiggere la fame, per annientare il nemico prima di essere annientati.

In tutto questo panorama non si può che verificare che aziende e operatori cadono come mosche.

Bene, dopo questo panorama entusiasmante, visto che non si riesce neanche ad andare a vendere gelati nei Caraibi, cosa si fa?

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Denaro, vil denaro

di Ugo Canonici

 

Sarà anche lo sterco del diavolo, il denaro, ma è comunque ciò che fa girare il mondo.

E anche nella Meeting Industry il denaro gioca il suo ruolo da protagonista. Perché se vogliamo realizzare un "evento wow" è indispensabile ... fare i conti col denaro. 

E' sempre stato così. Per tutto.

Perché ne parlo oggi?

Perché mi sembra che le cose stiano degradando in maniera esponenziale.

Una volta era il baratto. Tu dai una cosa a me e io do una cosa a te.

Con una serie di passaggi ed evoluzioni siamo arrivati alla moneta elettronica (non uso il termine “virtuale” anche se in molti casi sarebbe particolarmente azzeccato). Ma il principio era sempre valido: tu mi dai una cosa, mi rendi un servizio e io ti faccio un assegno, un bonifico, un pagamento con la carta di credito.

Il principio è rimasto lo stesso ma le tempificazioni no. La contemporaneità di una volta è scomparsa nel nulla. Oggi, se vuoi che i tempi siano accettabili, vige solo il principio della forza, del ricatto.

Se io riesco a impormi, se sono più forte, se posso in qualche modo ricattare, riesco a farmi pagare. Se no, chissà…

Ad esempio gli artisti che vengono scritturati per allietare la cena di gala o quant’altro. 

La categoria, resa esperta dai lontani anni in cui, con le compagnie di giro battevano i territori più diversi e a fine spettacolo scoprivano che l’impresario era scappato con l’incasso (sto parlando di tanti, tanti anni fa!), hanno imparato a farsi pagare prima di salire sul palco. Non è per sfiducia, è nel DNA ! Niente denaro, niente show.

Ma anche molti alberghi hanno instaurato un bel sistema: vuoi che ti tenga le camere che hai prenotato, paga un sostanzioso anticipo (del resto anche quando vai da privato, alla reception ti chiedono la carta di credito per far la “strisciata”, che non si sa mai…).

Mi direte: è giusto così. Ti vuoi una cosa, è giusto che paghi.

Sacrosanto. Chi potrebbe dire il contrario?

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