Le immagini, per comunicare

di Ugo Canonici

Durante un evento, lo abbiamo detto tante volte, la comunicazione la deve fare da padrona. Però se si fa confusione, in mezzo alla confusione che già di suo un evento produce, si rischia che il messaggio non passi. Meno parole, è un buon consiglio, e più immagini. Perché l'immagine ha una grande forza comunicativa.

Comunicare con le immagini

Ero affacciato al balcone della redazione con i pensieri che vagabondavano per decidere quale sarebbe stato lo strumento principale da utilizzare per la comunicazione del prossimo evento.

Ho visto passare nella strada sottostante Giorgio Forattini. E mi sono ritrovato a pensare come, con una immagine, si possa comunicare tutto un discorso. Come Forattini, altri, su vari giornali, sono in prima pagina, tutti i giorni a commentare, con un disegno il fatto importante, quello che vale un editoriale.

La cosa vale per il disegno fatto a mano e vale anche per la fotografia. Non per niente certi fotografi sono passati alla storia, nel mondo della comunicazione e non solo, per uno scatto. Per aver fermato su pellicola (oggi sul digitale) un momento di vita che forse sarebbe stato difficile raccontare con le parole.

Di pensiero in pensiero mi sono ricordato dell’osservazione che mi aveva fatto, tanti anni fa, un collega che operava in una grande multinazionale dell’IT. Faceva parte di un gruppo di lavoro che aveva il compito di lanciare nuovi prodotti. E con essi il manuale delle istruzioni. Mi raccontava come a volte non fosse possibile trovare le giuste parole nelle varie lingue per aiutare il neofita all’uso del prodotto e come, molto spesso, riuscivano a risolvere la cosa senza neanche una parola, in nessuna lingua: con una immagine, un disegno.

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Abbiate pietà

 

di Ugo Canonici

 

Il convegno  era stato abbastanza pesante e oltretutto si era trascinato più a lungo del previsto (errore) a causa dei soliti relatori che non riescono a rispettare i tempi assegnati, per cui c’era solo il tempo di una doccia veloce prima della cena ufficiale.

La cena ufficiale, appunto. Parliamo di lei. Di qualcosa che nella mente degli organizzatori dovrebbe essere un simpatico e piacevole momento conviviale e che a volte rischia di trasformarsi in un tormento.

Si esordisce con un aperitivo. Serve per familiarizzare (e per dare il tempo di cottura del primo :il riso o la pasta si possono buttare solo quando i tempi sono “certi”), per sgranocchiare qualcosa. Lo stomaco è vuoto, l’ora della cena normale già passata. Che buoni questi stuzzichini. Ce ne sono tanti (errore). E’ il momento in cui si mangiano volentieri. Ma così si pongono le basi per infierire un terribile colpo a tutto quanto verrà dopo.

Quando si comincia a capire, dal movimento dei camerieri, che si sta per andare a tavola, scatta la caccia al posto. A meno che non ci siano posti assegnati (cosa complicata, in genere, da gestire) si tratta di sistemarsi vicino a qualche commensale “giusto”. Il massimo è un amico, accettabile un conoscente, terribile uno sconosciuto col quale dopo aver parlato del convegno, del tempo, del lavoro, non sai più cosa dire e ti scervelli  a cercare argomenti ricadendo nella famosa “sindrome dell’ascensore” quando ti sembra interminabile il tragitto tra terra e quarto piano in compagnia dell’inquilino del piano di sopra.

Accomodato, comincia a diffondersi nell’aere la musica. Se è di sottofondo (ma proprio sotto) va bene. Se ti piazzano il complessino che fa musica vera (errore) rischia di frastornarti (musica+brusio di fondo+ chiacchiere del tavolo = miscela esplosiva). 

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Fa schifo

di Ugo Canonici

 

Aveva ancora gli occhi accesi e la voce che gli vibrava il mio collega mentre mi raccontava.

“Capisci? Si trattava di una convention importante. Un momento di svolta per l’azienda. Il briefing non era stato dettagliato ma il concetto era che si doveva stupire e emozionare.

Ho presentato un progetto: tutto bene. All’ultimo momento ci hanno chiesto di aggiungere un filmato, legato al tema, di grande impatto emotivo.

Ci abbiamo lavorato, è il caso di dirlo, notte e giorno. Ne abbiamo discusso, provando e riprovando, abbiamo selezionato con attenzione le immagini e curato particolarmente la colonna sonora. Soprattutto la colonna sonora che, come sappiamo, può e deve giocare un ruolo molto importante.

Stanotte alle 3 lo abbiamo finito. Alle 9 avevo appuntamento col Grande Capo del cliente.

Faccio partire il DVD e mentre lo riguardo mi dico che va proprio bene: le immagini di grande impatto emotivo, sono sottolineate dal ritmo musicale che gioca in contrappunto con i momenti salienti.

Lui guarda, mi guarda e dice “Fa schifo. Soprattutto la musica…”.

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Dilettanti allo sbaraglio

di Ugo Canonici

 

Ci sarà pure un motivo per cui per più di 30 anni “La Corrida” ha trionfato in TV. Io credo che in fondo è nel nostro DNA il volersi esibire in mestieri che non sono i nostri. Rischiando così, andando allo sbaraglio, di ricevere solo fischi e rumoracci.

Se la cosa si limitasse ad uno spettacolo televisivo, pazienza. Ognuno è libero di coltivare come vuole quella parte di masochismo che ha in sé. Il problema è quando il voler fare il mestiere degli altri lo si trasferisce anche nel lavoro. Perché in questo caso chi rischia di rimetterci è il cliente. E, per esempio, quando si parla di organizzazione di eventi, è un rischio che non si può correre.

Da cosa nasce questa considerazione?

Cosa è successo? Ho letto serie dichiarazioni secondo le quali importanti catene alberghiere hanno deciso di offrire un servizio completo alle aziende che intendono organizzare un congresso presso le loro strutture. Tanto sono già lì! Il che sta a significare che oltre a preoccuparsi della sistemazione alberghiera , dei pranzi e delle cene, si offrono per curare i trasporti, le riunioni di lavoro, gli intrattenimenti, le escursioni, i gadget, la messaggistica….

Mi esplodono immediatamente alcune considerazioni. 

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Andare a prua

di Ugo Canonici

 

Ho ascoltato con interesse una relazione di un sociologo che presentava uno studio fatto.

Cercherò di riassumerlo.

Sono stati presi in considerazione i nostri antenati emigranti. Quelli che tra la fine dell’ottocento ed i primi del novecento avevano il coraggio di raccogliere le loro poche cose nella famosa valigia di cartone, tenuta con lo spago (immagini-icone che a me sono state rimandate da tanti film e che forse i giovani, oggi, faticano a rappresentarsi), si imbarcavano su un transatlantico e puntavano verso l’America. Ricchi solo di un grande coraggio e di tanta voglia di impostare una nuova vita.

Ebbene, si è rilevato che questi personaggi si dividevano, grosso modo, in due gruppi. All’ora del tramonto, (quella che, se ai naviganti intenerisce il core, figuriamoci che effetto può fare ad un emigrante!), quando c’era solo mare blu e cielo azzurro che andava cambiando colore, con un sole che si immergeva laggiù sull’orizzonte, alla fine di lunghe e oziose giornate che lasciavano enormi spazi a ricordi e pensieri,  all’ora del tramonto, dicevo, c’era una parte che andava a poppa ed una parte che andava a prua. I primi con lo sguardo volto all’indietro, a ricordare, i secondi che puntavano diritti davanti, ad immaginare.

Badate bene, sia un gruppo sia l’altro era composto da persone che avevano deciso di voler cambiare (di essere innovativi, si direbbe oggi), ma alcuni faticavano a staccarsi dal “già fatto” e altri invece scrutavano il “da fare”.

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