Fame atavica

di Ugo Canonici

 

Fame atavica

 

Durante un evento, che sia wow o non wow, si deve quasi sempre mangiare. Ed un modo per risolvere il problema dei tanti ospiti è spesso suggerire il pranzo in piedi. 

Io personalmente non li amo particolarmente.

Perché spesso si verifica che nei pranzi in piedi c’è una sorta di indecente caccia al riempimento del piatto, una guerra sorda o anche dichiarata nel fare le file per servirsi, una dimostrazione di inciviltà che raramente si registra in altre situazioni.

E davo la colpa al pranzo in piedi.

Ma forse il problema non è nel tipo di modalità di offerta del cibo. Il problema è negli invitati.

A volte, le grandi dimensioni del numero dei partecipanti, oppure le piccole dimensioni del locale che ospita non permette altra soluzione che il buffet in piedi.

Ma le esperienze sul campo sono quasi sempre negative.

E io dico oggi: per colpa degli ospiti. Ma non intendo colpevolizzarli più di tanto. Anche Gesù sulla Croce disse “Padre, pedona loro perché non sanno quello che fanno”.

E io credo che anche i vari ospiti di una cena in piedi si comportino con belluina ferocia non per deliberata scelta ma perché c’è una spinta interiore alla quale non riesce a resistere. 

Si tratta, credo, di fame atavica.

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Il genio italico

 

Il genio italico

 

Lo dichiaro sin da subito: in questo pezzo la modestia non trova posto.

Ma poi perché ci si deve sempre dimostrare modesti, quando ci sono già gli altri che ci pensano a presentarti in sottotono ?

Per realizzare quel famoso “evento wow” di cui stiamo parlando, ci vuole anche un po’ di genio.

Allora, vi voglio parlare del “genio italico”. Di quella caratteristica che ci rende noti in tutto il mondo e che fa dire di noi che siamo “si, bravi. Ma un po’ disordinati, un po’ imprecisi, un po’ approssimativi. Anche se poi arrivate a degli ottimi risultati con trovate geniali!”.

Ebbene voglio far comprendere come la trovata geniale, quella che risolve, l’arrivare a buoni risultati non può essere disgiunta da una grossa professionalità e preparazione. Solo che noi non ci teniamo molto a metterlo in mostra.

Del resto chi si intende un poco poco di musica sa che il bravo interprete può eseguire variazioni sul tema solo quando ha una grandissima dimestichezza e una lunga scuola col suo strumento. Solo chi sa eseguire benissimo secondo i normali canoni si può permettere il lusso di uscire da questi canoni e seguire il suo genio. 

Picasso non aveva bisogno di dimostrare che sapeva dipingere e usare il pennello in modo perfetto, rappresentando la realtà per come era. Tutti i quadri del suo primo periodo sono lì a raccontarcelo. Ma poi non gli bastava più. E ha lasciato spazio al genio.

E veniamo adesso al campo più specifico. 

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Che palle !

Che palle !

 

Scusate il titolo un po’ brutale. Ma credo che certe espressioni quando perdono il loro significato intrinseco ed assumono una valenza metaforica non possono non essere usate.

Che barba, se preferite, che noia, che stufita e chi più ne ha più ne metta.

Mi riferisco ai momenti celebrativi delle convention o delle riunioni di lavoro.

Ma, se permettete facciamo un passo indietro, e procediamo con ordine.

Molto spesso, nel passato, si cercava di motivare le persone dell’azienda organizzando dei viaggi e dei convegni nei quali l’unico elemento importante veniva considerata la destinazione, la meta, la sede in cui si svolgeva. Adesso sta facendo capolino nella cultura aziendale il concetto che non deve essere importante o piacevole solo la destinazione, ma che ci devono essere anche momenti di comunicazione e che anche questi devono essere piacevoli.

Così si tende a vivacizzare, a spettacolarizzare la riunione di lavoro. Per cui capita di assistere a riunioni molto più frizzanti di quelle che venivano proposte qualche anno fa. E anche i momenti di premiazione vengono supportati da filmati e musiche.

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Cui prodest ?

Cui prodest

 

Non è mio costume saccheggiare quanto scritto da altri. Ma avevo letto (e ritagliato)  su “L’impresa di comunicazione” un editoriale di Lorenzo Strona, Presidente di Unicom, che dice cose che condivido in pieno. 

E le dice col tono giusto. E sono cose che possono. e grandemente, influire sul fatto che un evento sia "wow" o esattamente l'opposto.

Si tratta delle modalità con le quali i committenti, oggi, si rapportano con le imprese di comunicazione (forse il discorso si può estendere anche ad altri tipi di imprese, ma noi … parliamo delle cose nostre).

“Siamo costretti a registrare una vera e propria impennata del tasso di infedeltà della clientela” e in un contesto in cui  si registrano sensibili “ricadute negative sul fatturato, sta emergendo una caduta anche nella voglia di sbattersi per la propria impresa”.

Si tratta di una situazione comune a molti che forse non giova a nessuno. “Vale la pena di domandarsi quale perversa valutazione abbia indotto imprese che per anni hanno intrattenuto veri e propri rapporti di partnership con i loro interlocutori, ricavandone riconosciuti benefici, ad inseguire una vaga illusione di realizzare chissà quale risparmio con la parcellizzazione delle commesse. Ci sono aziende, grandi e piccole, che indìcono gare per qualsivoglia iniziativa. Quasi sempre gare al ribasso. E molto spesso il ribasso,  a prescindere da contenuti e qualità della proposta, è quasi sempre l’unico parametro di valutazione. Con quali risultati è presto detto.

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A piccole dosi

A piccole dosi

 

Quando ci si pone l’obiettivo di far arrivare un messaggio ad un target che ci interessa ovviamente si passano in rassegna i vari strumenti della comunicazione per valutare di utilizzare quello che può dare i migliori risultati.

In questi ultimi tempi capita che alla voce “organizzazione di un evento” (che naturalmente sia “wow” !) non ci si soffermi neanche il tempo di rifletterci e si passi oltre. Per arrivare dove?

 “ Il marketing, tradizionalmente inteso, è morto.” Afferma un esperto del settore. “Occorre  rivisitare sino in fondo quelle che sono le nuove frontiere del marketing.” Sostiene un altro.  Proviamo anche noi a dire la nostra.

E’ evidente che oggi stiamo assistendo al passaggio dai media tradizionali ai media digitali, interattivi e sociali. Il cambio di paradigma viene imposto da consumatori e utenti.

Potremmo provare a sintetizzare il processo del cambiamento in tre momenti. Uno: il marketing classico che si appoggiava a brochure, fiere, pubblicità, incontri diretti. Due: il marketing innovativo che aggiungeva l’e-marketing, i portali per l’e-commerce. Tre : il marketing digitale con il web al centro di tutto.

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