Allargate il buco

Allargate il buco !

Molti pensano che un evento possa diventare bello, indimenticabile, un trionfo solo se lo si riempie di cose eccezionali, come dire “fuochi d’artificio, ricchi premi e cotillons”.

Al contrario, pur essendo sempre vero che tutto deve essere studiato nei minimi dettagli, realizzato con estrema cura, e il più possibile sul filo dell’innovazione, molte volte la differenza la può fare l’idea semplice, che sa generare nuove opportunità.

Opportunità. Bisogna trovare nuove opportunità.

Certe parole sono belle in sé. Per cui vengono adottate e fatte rimbalzare dappertutto. Nuove opportunità, che spesso si accoppia a nuove idee, vivono questo destino.

Poi però quando ti metti a pensare alla ricerca di nuove idee, ti viene lo scoramento. 

Ma cosa diavolo mi posso inventare di nuovo! E poi, col mio bagaglio di conoscenze.

Quando sento queste obiezioni mi torna alla mente un fatto. Non so più se è una specie di leggenda metropolitana o se sia realmente accaduto. Comunque mi piace e ve lo racconto.

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Come il Bombo

Come il Bombo

 

Sapete cosa è un Bombo? Il Bombo è una specie di vespa, anzi di vespone; quasi come un calabrone.

Ha il corpo tozzo e pesante e due ali piccole piccole, trasparenti e sottili.

E’ stato a lungo studiato dagli esperti, ed i grandi professoroni di fisica, quelli che sanno tutto sull’aerodinamica, hanno giurato e spergiurato che il Bombo non può volare. E’ contro tutte le leggi della fisica.

Ma il Bombo ha una grande fortuna: quella di non capire cosa dicono gli scienziati. E vola.

Passa di fiore in fiore, svolgendo una importantissima funzione di impollinazione in natura.

Agita forte le sue piccole ali e, contro tutte le regole dell’aerodinamica citate, vola.

E per questo ha conquistato la mia simpatia.

Quante volte mi son sentito dire (ci siamo sentiti dire) non si può fare. Non ci riuscirai mai. E’ inutile insistere. E magari noi, testardamente, incoscientemente, con tanta volontà abbiamo volato.

Solo chi vuol vincere, vince.

La volontà è una condizione necessaria, ma non sufficiente. E allora proviamo a vedere quali sono le altre condizioni cui bisogna dare una risposta.

Ah, non l’ho ancora precisato, ma il contesto a cui mi riferisco è l’attuale situazione del mercato, con riferimento specifico alla comunicazione, e ancora più nello specifico, alla organizzazione degli eventi. Eventi che, naturalmente, devono essere “super”.

Si sa che la comunicazione, nei suoi vari aspetti e con i suoi vari strumenti, è tra le prime cose ad essere sacrificate (anche magari pensando di fare cose … “così così”)  nei momenti di ristrettezza. E quindi coloro che hanno fatto della comunicazione la loro professione vivono tempi, diciamo così, di tensione, se non di viva preoccupazione. 

Quando poi si sentono dire dagli esperti che non si vede ancora la luce in fondo al tunnel, possono essere presi da sconforto. E pensare di non poter più volare.

Allora vediamo di riprendere le altre condizioni, oltre alla volontà, per vincere la sfida.

1.Professionalità. Non bisogna “tirar via” solo perché non c’è entusiasmo.

2.Grinta. Ce la metto tutta.

3.Attenzione. Stare con gli occhi spalancati per non sbagliare.

4.Innovazione. Le cose fatte le abbiamo già fatte, e le fanno anche gli altri. E allora sotto con qualcosa di nuovo.

5.Creatività. Ricerca costante di creare emozione, di rendere i messaggi forti e persistenti.

6.Lavoro di squadra. Da soli non si va più da nessuna parte.

7.Fiducia. Anche se il passato ci ha insegnato che fidarsi è bene ma non fidarsi è meglio, dai, riproviamoci (se no, non ha senso il punto precedente).

8.Comportarsi bene. Lo so, tutti siamo convinti di comportarci sempre benissimo, ma facciamo un esame supplementare se il nostro comportamento è anche etico.

9.Prezzi adeguati. Ricordiamoci che tutti sono (o almeno dovrebbero essere) disposti a pagare il valore aggiunto che mettiamo nel nostro prodotto. E quello, pretendiamo che ci venga riconosciuto.

Mi sarebbe piaciuto arrivare a fare un decalogo. Ma credo che basti così. Del resto insieme con la volontà sono proprio dieci le cose da fare per riuscire a vincere.

Non vi sembrino cose banali. Credo che anche i cervelloni di cui sopra, se fossero riusciti a entrare nei pensieri del Bombo, forse ci avrebbero trovato le cose suesposte. E forse, avrebbero sentenziato che anche il Bombo può volare.

 

A occhi chiusi

 

A occhi chiusi

 

Quasi sempre si dedica molto tempo per decidere quale deve essere la meta verso cui dirigersi per organizzare un incentive, un meeting, un incontro.

Beh, c’è da dire che se in Italia un problema esiste è quello di avere una sovrabbondanza di destinazioni interessanti.

Anzi sarebbe bene che tutti ci sforzassimo, per realizzare un evento indimenticabile,di uscire dalle “solite” destinazioni e ci provassimo a proporre cose nuove, cose che forse in pochi hanno visto. E in Italia di cose da vedere ce ne sono a non finire.

Parlavo con un collega americano del turismo congressuale. Eravamo in una città particolarmente adatta: Siena. Io sostenevo che in Italia ci sono talmente tante cose e così tanti posti interessanti che c’è solo l’imbarazzo della scelta. “Guarda – mi sono avventurato a dire – noi potremmo prendere una carta geografica italiana e, a occhi chiusi, indicare a caso con l’indice della mano un punto della carta. Io sono convinto che in quel punto troveremmo qualcosa di estremo interesse”.

“Esagerato” mi ha risposto. E io (che non riesco a fermarmi quando sono lanciato) “scommettiamo?”. Detto fatto. Abbiamo preso dall’auto una carta geografica, abbiamo convenuto di puntare verso il centro dell’Italia in modo da poter noi stessi fare una verifica nel fine settimana.

Ho lasciato a lui di puntare l’indice, a occhi chiusi.

Il dito è “caduto” su (udite, udite) Sarteano. Ho sentito un piccolo brivido lungo la schiena. Non avevo mai sentito nominare questo paesino vicino a Chiusi e a Cianciano e alla Radicofani, non distante dal lago Trasimeno, che però aveva il vantaggio di esser a un’ora da dove ci trovavamo. Ho sperato che qualcuno nel passato tra i Romani, i Fenici, gli Etruschi ( anche gli Unni mi andavano bene) oppure anche nel Rinascimento o ai tempi dei Comuni o insomma in qualche modo o in qualche tempo qualcuno avesse fatto e lasciato qualche  cosa di rimarchevole anche a Sarteano. A Sarteano…. Mah!

Domenica eravamo in viaggio. Lui sicuro di vincere, io non più così sicuro di vincere.

Adesso, per non sbagliare, vi riassumo ciò che un depliant  recuperato all’APT sul posto, dice di Sarteano. Piazza del Municipio con palazzo comunale di origine trecentesca. Vicino il Palazzo Piccolomini del XVI secolo con la sua bella struttura rinascimentale. Si trova poi la Chiesa di San Martino in Foro con all’interno la Madonna col Bambino di Jacopo di Mino del Pellicciaio e l’Annunziata del Beccafumi. Nella Chiesa di San Lorenzo (XIII secolo) un bellissimo coro ligneo (con iscrizioni dettate dai nipoti di Pio III) e pezzi di argenteria del 600 e ricchi e antichi paramenti sacri. Si sale poi al Castello anch’esso del  XIII secolo.

Già ce n’era a sufficienza per il mio amico americano. Ma non è finita qui. Siamo entrati poi nella Casa Siviero, un museo che conserva alcuni affreschi etruschi trovati recentemente negli scavi nella monumentale necropoli delle Pianacce, sempre a Sarteano.

 E allora siamo andati anche alla necropoli. E siamo scesi in una tomba scavata e siamo andati a vederne un’altra nella quale stavano scavando e… insomma la mia vittoria era stata un trionfo.

Il mio amico americano non aveva parole. “Se noi in America avessimo solo queste cose che ci sono in questo paesino credo che l’avremmo già trasformato in una sorta di luogo da visitare  e da far mettere in coda le persone. Come a Disneyland”.

Io ho pensato che aveva ragione. E mi sono rattristato pensando a tutto quello che abbiamo in Italia e siamo capaci di non far vedere, di tenere nascosto, di non saperlo organizzare perché ci dia dei vantaggi.

Ma avevo vinto la scommessa (un pranzo) e non volevo essere triste. Ci siamo fatti indicare sul posto un buon ristorante (e anche lì sapevo che dove cadi, cadi bene).

Ci hanno indicato una trattoria a pochi minuti da Sarteano.

E lì il mio trionfo ha raggiunto l’apoteosi. Perché oltre alle bellezze storiche e culturali il Bel Paese ha capacità gastronomiche e enologiche a livelli eccelsi.

Ebbene in questo ristorante che ha saputo conservare la struttura originaria, con pietra a vista e archi, da dove si ha uno splendido colpo d’occhio su tutta la Val d’Orcia, abbiamo assaporato le migliori ricette tipiche della cucina tradizionale, accompagnate da vini con accostamenti accuratamente studiati.

Centellinando l’ultimo bicchiere di buon rosso abbiamo convenuto insieme, il mio amico americano ed io, che è proprio vero, in Italia  puoi trovare sempre e dappertutto cose meravigliose. A occhi chiusi.

Abbandonare la cuccia

Abbandonare la cuccia

 Il successo di un evento in genere non dipende da una sola cosa, più importante delle altre, mentre il resto può andare come vuole. Vale ancora una volta la saggezza dell’apologo di Menenio Agrippa, là dove si sottolinea come tutte le parti del corpo umano devono essere considerate con la stessa attenzione. Nessuna si può pensare che sia meno importante.

E allora, anche nel settore degli eventi, ogni operatore  deve farsi un esame di coscienza: la mia offerta risponde ancora alle aspettative dell’utenza? E’ vero che quello che proponevo nel passato ha sempre funzionato ( e lo so far bene e con fatica limitata) e che nella mia cuccia mi trovavo bene, ma è ancora vero che offre i risultati richiesti? 

Tutto evolve alla velocità della luce e restare fermo non vuol dire non progredire. Drammaticamente vuol dire andare indietro.

Prendiamo, a mo’ di esempio, una categoria. Diamo un’occhiata a chi opera nei servizi di catering. A coloro che hanno la non piccola responsabilità di soddisfare le aspettative nutrizionali degli ospiti dei convegni o delle  manifestazioni analoghe.

Guai ad abbandonarsi ad un tragico appiattimento delle offerte gastronomiche. La fantasia la si trova molto nelle descrizioni dei piatti che vengono riportate sul menu. E mi sembra anzi che lì si esageri ( andiamo, “giardinetto di pennellate fresche dell’orto al vapore con gocce di antico nettare di bacco” per un contorno di verdure lessate condite con aceto, mi sembra veramente eccessivo).

E certo non paga presentarsi con proposte banali e ripetitive. Con la solita pappa. Si è scoperto che fa fino il risotto con lo champagne, e vai di risotto. Hanno trovato simpatico il riso nella forma di grana svuotata e alè tutti dentro il grana. Anche le pennette vivono i loro momenti di gloria, e così pure le crespelle. 

Tutte cose ottime, per carità, ma, caspita, viviamo in una nazione che ha una tale varietà di proposte che proprio non ci dovrebbero essere problemi a cambiare ogni momento. Certo, bisogna tener conto dei grandi numeri, dei tempi di cottura, dei ritardi imprevisti, del gusto medio dei partecipanti, dell’andar sul sicuro, della velocità del servizio. E poi gli ingredienti, gira gira, sono sempre gli stessi. Già ma anche le note sono sempre sette e a quel che mi risulta c’è ancora spazio per comporre canzoni e opere nuove.

Credo che chi frequenta spesso convegni e congressi non ne possa più delle solite tartine, degli spiedini, dei cocktail di gamberetti, del salmone, del patè. 

Si, sembra una bestemmia ma non è così. A volte si vede il piacere sul volto di chi trova una bella fetta di salame o un tocchetto di mortadella. Ma non voglio aggiungere indicazioni specifiche. Voglio solo dire che anche le cose più raffinate quando troppo ripetute diventano stucchevoli.

Perché non provare a cercare ogni volta un “tema” e allinearsi nell’offerta a questo tema?

Perché non osare un “piatto povero” servito in modo regale ? Perché non cercare di essere “spiritosi” ? Tanto i partecipanti non è che debbano nutrirsi per problemi di sopravvivenza. E’ solo necessario dare quel tanto che basta per “stoppar el boech” , ma nel contempo soddisfare gli occhi e il gusto e magari la curiosità.

Il servizio di catering non è una piccola componente della spesa per chi organizza l’evento e allora credo che sia giusto che pretenda “qualcosa di più”.

Questo discorso vale anche, come abbiamo già avuto modo di dire, per tutti gli altri operatori del settore.

Ma tutti ci dobbiamo rendere conto che quello che andava bene fino a ieri, oggi non va più.

E allora? Allora bisogna sedersi e pensare. E essere disposti a far fatica. 

Ecco il punto. Si tratta di far fatica alla ricerca della cosa più giusta e più adatta al momento e al luogo. 

Con la preparazione tecnica, con l’esperienza  con la fantasia si può rinnovare continuamente l’offerta. Senza la paura di discostarsi da quanto in passato aveva funzionato e noi avevamo imparato bene.

Ma bisogna prendere una decisione che non è sempre facile: bisogna decidere di abbandonare la cuccia…

 

Da fornitore a partner

Da fornitore a partner

 

Sono molte le variabili che fanno di un evento un evento di successo.

Ad esempio l’esatto utilizzo delle parole.

Le parole sono importanti. Certo le parole sono importanti perché dentro di sé contengono non solo un significato, ma molto spesso un atteggiamento, una filosofia, un mondo.

E le parole che mi hanno portato a questa riflessione sono “fornitore” e “partner”. Pensandoci un attimo si capisce come dietro a queste due parole ci siano differenze abissali.

Il fornitore è un signore che presta un’opera, che dà un prodotto o un servizio. Punto. 

Il partner fa la stessa cosa, ma con un interesse e un’attenzione diversi.

Qui c’è una partecipazione, una condivisione, una tensione verso uno stesso risultato.

Credo che in molte situazioni bisognerebbe cercare di fare questo passaggio da uno “status” a un altro. Ma certo nella comunicazione diventa imprescindibile.

Facciamo l’esempio della organizzazione di un evento di comunicazione o di motivazione o commerciale. Spesso sento dire dal cliente “ho interpellato il tal fornitore”. E allora mi preoccupo. Perché lui per primo non sta chiedendo che gli venga dato ciò che gli serve. Ma molto, molto meno.

Se si vuol organizzare quell’incontro di cui sopra c’è bisogno di avere al fianco chi capisce l’esigenza, e si preoccupa del target e di come meglio fargli giungere il messaggio, chi non ha bisogno di essere incalzato da vicino perché faccia quella cosa. Perché l’obiettivo è comune: far sì che l’evento sia un successo.

Io lavoro nel campo del marketing e della comunicazione. Ma se mi chiamano “fornitore” mi dà fastidio. Perché so che ci sarà tanto lavoro da fare e tanta energia da indirizzare, non tanto a far bene le cose, quanto a convincere l’interlocutore che quanto gli sto offrendo ha il giusto taglio, il giusto prezzo, la giusta attenzione.

Se non mi vede da subito come “partner” so che rischio di non fare al meglio il mio lavoro.

Se mi consentite l’accostamento è come, nella vita, il rapporto con “l’altro”. Beh, non entro nel dettaglio, ma andate avanti voi.

Solo una cosa voglio aggiungere: se c’è anche l’amore è meglio!




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