Basta col "latinorum"

di Ugo Canonici

 

Credo che qualche stralcio dei Promessi Sposi sia rimasto in ciascuno di noi. Ricordate l’inizio del secondo capitolo? Quello dove “Si racconta che il principe di Condé dormì profondamente la notte avanti la giornata di Rocroi: ma, in primo luogo, era molto affaticato; secondariamente aveva già date tutte le disposizioni necessarie, e stabilito ciò che dovesse fare, la mattina. Don Abbondio invece…”

Si, Don Abbondio invece doveva trovare un valido motivo per convincere Renzo che non poteva officiare il matrimonio.

Non sapendo come cavarsela, alla insistenza di Renzo che  “Ma mi spieghi una volta cos'è quest'altra formalità che s'ha a fare, come dice; e sarà subito fatta.”, diede inizio a questo “siparietto”.

       “  - Sapete voi quanti siano gl'impedimenti dirimenti?

         - Che vuol ch'io sappia d'impedimenti?

         - Error, conditio, votum, cognatio, crimen,Cultus disparitas, vis, ordo, ligamen, honestas,

         Si sis affinis,... - cominciava don Abbondio, contando sulla punta delle dita.

         - Si piglia gioco di me? - interruppe il giovine. - Che vuol ch'io faccia del suo latinorum?”

Perché vi propongo questo “rigurgito” letterario?

Perché mi sembra incredibile che, ancora oggi, ci sia chi, scrivendo o parlando, si trincera dietro gli “impedimenti dirimenti”.

 

Ma usare parole difficili quando non si sa cosa dire, nascondersi dietro argomentazioni di nicchia sperando di mettere in soggezione l’interlocutore, oggi non funziona più.

Sarà forse una scocciatura (per qualcuno) ma oggi la gente vuol capire. E se non capisce chiede ulteriori spiegazioni. Perché sa di essere in grado di capire.

Forse qualche anno fa il livello medio di acculturamento ( e non parlo solo di cultura letteraria, ma anche di informazioni di vario tipo, ad esempio delle cose del lavoro) era ancora basso. E quando qualcuno andava a chiedere spiegazioni, rigirava ancora e tormentava il cappello tra le mani. E, se non capiva, diceva “è colpa mia perché sono ignorante “ (nel senso di non sapere).

Adesso no. Il livello medio è (per fortuna) cresciuto e si pretende (giustamente) di capire.

E allora chi comunica si metta in testa che il primo sforzo che deve fare è quello di farsi comprendere. E se non viene compreso la colpa non è dell’altro, ma sua. Perché è lui che deve fare la fatica di “far passare il messaggio”.

Credo che sia uno sforzo, quello di farsi capire, che ciascun comunicatore ( e quindi anche chi organizza eventi ) deve fare. Autonomamente.

Sarebbe antipatico sentirsi obiettare “ che vuole che io faccia del suo latinorum!”…




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