Comunicazione
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Anche l’informazione cambia routine

Com’è cambiata l’informazione 

L’informazione è probabilmente una delle cose che è cambiata di più negli ultimi anni. Non tanto per quello che viene raccontato, ma per il modo in cui ci entriamo in contatto.

In passato, per informarsi era prima di tutto necessario individuare una fonte. Poi si passava alla decisione di quale momento della giornata dedicare alla comprensione delle notizie. In questo modo si creava una vera e propria routine dell’informazione quotidiana: la mattina alle 8 con una tazza di caffè e qualche pagina del corriere della sera, la radio durante il tragitto in macchina di ritorno dal lavoro e la cena accompagnata dal sottofondo del Telegiornale. E così, giorno dopo giorno.

Oggi quella routine è diventata molto meno lineare 

Oggi, Una notizia può comparire su Instagram in un momento qualsiasi momento della nostra giornata ed essere approfondita in un podcast o su YouTube, per  poi finire dentro una risposta generata dall’intelligenza artificiale.

I dati confermano (ormai da tempo) come le piattaforme digitali vengano utilizzate sempre di più per informarsi

L’ultima ricerca di AGCOM mostra come oltre il 50% delle persone dichiara di scoprire le notizie prima dai social che da qualsiasi altro mezzo.

Il cambiamento del canale, non implica automaticamente un’informazione più scarsa, porta invece con sé un cambiamento nella routine dell’informazione.

Oggi, in uno dei vari momenti di noia, scorriamo il feed e potremmo imbatterci in notizie e informazioni  senza averle necessariamente cercate. In questo modo viene meno quel momento specifico della giornata, che un tempo era dedicato unicamente all’informazione, poiché quest’ultima si è inserita e adattata ai ritmi frenetici con cui consumiamo le piattaforme tutti i giorni. 

E questo cosa comporta?  

Ci sono almeno due tendenze che possiamo osservare 

Da un lato, il cambio di contesto in cui vive l’informazione ha abbattuto i confini tra i generi, l’informazione non è circondata solo da altra informazione. Potremmo infatti saltare dagli aggiornamenti su un conflitto geopolitico ai video di gattini nel giro di un secondo.  La possibilità di fermarsi e dedicare tempo esclusivo all’informazione è sempre meno.

Dall’altro lato si aggiunge il fatto che siamo diventati sempre più impazienti. Se siamo interessati ad una nozione o un’informazione, l’intelligenza artificiale arriva in nostro soccorso. Una domanda è più che sufficiente per ottenere una risposta immediata. In questo modo viene meno la necessità di aprire più pagine, confrontare fonti e dedicare tempo alla ricerca

Quello che si perde? Quello spazio fatto di confronti, approfondimenti e collegamenti che permette non solo di documentarsi, ma di comprendere e farsi un’opinione. 

Ed è proprio qui che emerge una dinamica apparentemente contraddittoria. 

Stanno aumentando sempre di più i podcast che durano ore, YouTube continua a premiare contenuti sempre più lunghi mentre piattaforme come Substack costruiscono il proprio successo richiedendo tempo e attenzione. 

I formati brevi dominano l’accesso alle informazioni ma cresce parallelamente la volontà di dedicare tempo a contenuti più lunghi e approfonditi.

Gli ascoltatori di podcast In Italia salgono a 18 milioni, con una crescita del +75% rispetto al 2018 (NielsenIQ per Audible, 2025) La stessa cosa avviene con Substack, che ha superato i 5 milioni di abbonati paganti, più del doppio rispetto al 2023 (Tubefilter, 2025). 

Cosa ci dice questo cambio di paradigma? 

In un contesto in cui le informazioni sono tante e sempre disponibili, il nuovo bisogno diventa l’orientamento. Sapere cosa è successo è sempre più semplice. Capire perché sia successo, come si collega agli altri fenomeni e cosa racconta del presente richiede qualcosa in più: contesto, collegamenti e tempo.

È dentro questo scenario che prende forma l’idea di un progetto come DMC. Non dalla convinzione che esistano mezzi giusti e mezzi sbagliati, né dall’idea che il futuro dell’informazione debba assomigliare al suo passato. Piuttosto dalla sensazione che, in un ecosistema sempre più ricco di contenuti, il valore non stia necessariamente nell’aggiungere nuove informazioni, ma nel provare a metterle in relazione tra loro. Perché spesso il significato di ciò che accade non si trova nel singolo evento, ma nei collegamenti che questo ha con tutto il resto.